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La Storia del mio Risveglio

 

Il mio risveglio è il tuo risveglio. 

La prima tappa del mio risveglio è stata la presa di coscienza di ciò che siamo, del significato della sofferenza e del senso di impotenza che ci impedisce di realizzare i nostri progetti e i nostri desideri ma anche dei modi per uscirne. La seconda tappa mi ha portato alla realizzazione in tutta la mia persona di quanto avevo imparato e mi ha permesso di vivere quella sensazione di completa felicità e leggerezza che prende il nome di estasi. É una vera estasi che si può sperimentare dopo aver liberato l’Anima dalle sue paure e dai sui dubbi e averle dato la possibilità di credere in se stessa e nel suo valore. In assenza di un conflitto e di una sofferenza interiore, la nostra Anima comincia ad esprimere i suoi veri desideri e prova un vero piacere. È come se la vita ricominciasse nella direzione giusta. Dal momento che abbiamo ritrovato piena autostima non giudichiamo noi stessi e nemmeno gli altri, non abbiamo bisogno di sentirci superiori né di piacere a tutti i costi. Non dobbiamo più liberarci del pesante fardello delle esperienze del passato né preoccuparci del futuro. Le persone felici sono quelle che riescono a concentrarsi pienamente sul presente, immerse in ciò che sta accadendo qui ed ora. Chi vive nel presente vive nell’infinito.
L’estasi non è solo una sensazione di grande felicità, ma è anche l’unica situazione mentale che permetta di poter realizzare il più evoluto e nobile dei sentimenti che si chiama amore. E solo attraverso la possibilità di esprimere concretamente questo sentimento, che gli esseri umani crescono spiritualmente. La vera spiritualità dell’uomo non consiste nell'aderire ad una religione che distingua materia e spirito e seguirne i principi, nel credere in Dio e pregarlo, ma consiste nel lasciare ai nostri desideri la libertà di esprimersi. La spiritualità è un cammino che muove i primi passi dai desideri egoistici del bambino e arriva a quelli altruisti dell’adulto. Tale crescita spirituale è un processo psichico graduale e inarrestabile, se saremo liberi di lasciarci trasportare dai nostri desideri. Più i nostri desideri potranno essere espressi, più coinvolgeranno nel piacere anche chi vive intorno a noi. Non è un percorso difficile perché l’uomo è un animale sociale e tende naturalmente a coinvolgere gli altri nel piacere. La vera spiritualità non è legata al divino, ma alla libertà dell'Anima di esprimere i propri contenuti. La conoscenza di come funziona la mente umana e in particolare di quella struttura che ne è la centralina di comando e di controllo, che ho chiamato Anima, diventa dunque anche un vero viaggio di crescita spirituale.


Le mie ricerche intorno al mondo dell'Anima iniziarono molto da lontano e furono intimamente legate al mio rapporto con il Buddismo. Anche se ultimamente ne parlo  di rado, l’ho studiato con impegno per oltre quaranta anni.  Da sempre sono stato legato alla cultura del mondo indiano, patria del buddhismo. L’imprinting lo devo a mio padre Alfio che passò cinque lunghi anni della sua vita in India, prigioniero degli Inglesi durante la seconda guerra mondiale. Aveva 32 anni quando fu rinchiuso in un campo di prigionia a Yol, località situata nel nord dell’India, ai piedi della catena dell’Himalaya. Essendo un ufficiale, godeva della libertà di fare piccoli spostamenti al di fuori del campo. Questo gli permise di visitare varie località e conoscere intimamente la gente  indiana e la cultura millenaria di quei luoghi. Era un uomo intelligentissimo e molto disponibile ai rapporti umani. Seppe cogliere i molteplici aspetti della vita di quelle popolazioni e, tornato in Italia ricco di tale esperienza, impregnò  fin dai primi mesi di vita la mia mente di bambino curioso e intelligente, con le sue emozioni che diventavano racconti ricchi di fascino e di magia. Mio padre era un acuto osservatore di tutto ciò che lo circondava e i suoi racconti erano tanto vivi che riusciva a trascriverli profondamente fino nella mia Anima. Così, al posto delle tradizionali favole, finivo per immedesimarmi e fantasticare con quelle storie tratte dai sui ricordi indiani. In realtà sembravano fantastici perché provenivano da un mondo tanto diverso dal nostro, ma soprattutto erano ricchi di quella saggezza che solo i popoli orientali sono in grado di esprimere. I ricordi del padre accendevano la mia fantasia: le vacche sacre, gli avvoltoi spazzini delle strade, gli asceti variopinti con le loro stravaganze, ed infine i panorami mozzafiato dei viaggi verso la punta dell'Himalaya con il colore del cielo di un azzurro indescrivibile. Yol, la città indiana dove visse mio padre e che può essere considerata la sua seconda patria, è situata nella parte settentrionale dell'India, ai piedi dell’Himalaya, lì dove era nato, era cresciuto e aveva vissuto di stenti, predicando il suo nibbana (quello che noi occidentali chiamiamo nirvana) lo stesso Buddha. Così mio padre ha potuto incontrarlo giornalmente per anni e la sua Anima si è fusa con le energie che sprigionavano da quei luoghi. Sono ricordi che fanno parte del mio bagaglio culturale, ben saldi nelle mie cellule nervose e sono stati il primo vero contatto con il Buddha. Lo avrei incontrato molte volte ancora attraverso chi mi parlava di lui, lo avrei ascoltato attraverso le sue opere e mi sarei confrontato con le sue ricerche, nel tentativo di costruire un ponte tra me, uomo occidentale e quell’Oriente così ricco di spiritualità e di saggezza.
Ed è proprio la ricerca della verità suprema, che è sempre stato il tratto caratteristico della cultura indiana, ha impregnato  la mia mente fino dalla prima infanzia, fino dai primi stati di sviluppo della mia mente. I miei primi ricordi portano i segni delle storie che parlano della precedenti reincarnazioni perché avevo chiare memorie di vite lontane. Per qualche inafferrabile ragione, quegli sprazzi del passato aprivano spiragli verso la ricerca di quella verità che sarebbe diventata il mio progetto più ambito. Indagavo il mondo intorno a me con linguaggi fatti di idiomi di lingue sconosciute e di emozioni animalesche ancor prima di comprendere la lingua stessa dei miei genitori. Quanto è affascinante e grandiosa una mente infantile che gli adulti considerano interessata solo ai giocattoli e al cibo! Se solo potessimo ricordare le attività mentali dei nostri primi anni di vita scopriremmo quanta carica di umanità, voglia di condivisione e ricerca genuina della verità è contenuta nella psiche di un bambino.
Posso con orgoglio dire che ho dedicato tutta la mia vita alla ricerca del significato del viaggio dell’uomo sulla terra e come compierlo col massimo risultato in termini di libertà e di felicità. Ho conosciuto gente di tutte le razze e di tutti i paesi, mi sono confrontato sia con le persone umili che con gli uomini di cultura, con i malati di mente e con i saggi, con gli schiavi del sesso e dei piaceri materiali e con esseri che hanno raggiunto alte vette di spiritualità. Alla ricerca di un metodo capace di liberare gli uomini dalla sofferenza, in sintonia con quanto duemilaseicento anni prima di me aveva cercato di fare Buddha.
In questo percorso devo molto ad un frate che viveva in un piccolo convento sulle colline fiorentine. Il cercare la verità attraverso lo studio del cervello e della mente che lui mi insegnò settimana dopo settimana per circa due anni,  mi ha pian piano liberato da ogni dipendenza dal buddismo e dalle culture orientali. Osservando la tradizione buddista, mi rendevo conto oltretutto che le percentuali di successo erano bassissime. Molti diventavano buddisti alla ricerca dell’illuminazione, ma di fatto pochissimi si illuminavano. Mi sembrava una situazione non molto brillante. Non ho respinto nulla del buddismo, semplicemente, ho cessato di seguire ciecamente la tradizione e l’energia che prima investivo nel seguire la filosofia buddista, ho preferito trasferirla  nella ricerca di ciò che è che mi sembrava più vero e più autentico. E ho incominciato a studiare la mente in modo nuovo, sfruttando le possibilità che mi venivano dai risultati delle ricerche  scientifiche di tanti bravissimi neuroscienziati.
Anche io sono convinto che solo dalla conoscenza di come funziona la nostra mente e in particolare dalla conoscenza dell’Anima in essa contenuta, possono nascere la consapevolezza, il risveglio e la felicità. Alla fine un mondo migliore. Per questo sono convinto che nessun filosofo a cominciare da me può progettare il suo lavoro senza confrontarsi con questa affermazione e con le ricerche dei neuroscienziati che stanno sempre più chiaramente spiegandoci come funziona il nostro cervello e la mente in esso contenuta.
Il percorso che ho avuto la fortuna di fare lo devo in massima parte proprio ai miei studi sul cervello e sulla psiche. Essi mi hanno portato a capire perché falliscono i buddisti, perché lo zen fallisce e come falliscono una grande quantità di proposte filosofiche e religiose. Devo proprio riconoscere che la mia illuminazione è avvenuta tramite la consapevolezza dei fallimenti. In ogni caso, ho un grande rispetto per tutte le scuole di pensiero, per tutte le filosofie e per tutte le religioni. Ciò che ho capito va molto al di là di tutte le scuole e sono felice della mia condizione che è anche la mia libertà di pensiero. Per me è stato un nascere nuovamente, libero e con la possibilità di utilizzare tutte energie di cui dispone l'Anima, una sorta di scintilla di vitalità. Erano i primi giorni del giugno del 2002 quando all’improvviso vissi una straordinaria esperienza che rappresentò la vera profonda presa di consapevolezza emotiva   di tutto ciò che avevo studiato (vera e profonda perché si era realizzata all’interno della mia Anima).  Avevo cinquantaquattro anni. Si trattò di una sensazione  che l'antica tradizione cino-giapponese descrive bene con il termine zen kensho. Kensho indica la capacità di vedere a fondo nel proprio essere, di realizzare in tutte le strutture della psiche una sintonia che fa prendere consapevolezza della propria vera natura, in sintonia con tutti gli altri esseri viventi. I grandi maestri orientali dell’antichità hanno descritto questa esperienza in vari modi. Un maestro zen affermava che kensho è come tornare di nuovo alla vita dopo avere lasciato la presa sull'orlo di un precipizio ed essere precipitati fin quasi alla morte. Un altro ne parlò come dello stato in cui la vera vita chiaramente manifesta se stessa. Per ottenere questa particolare percezione, i monaci zen lavorano diligentemente e coscienziosamente giorno e notte. Questo significa che, se vogliamo raggiungerlo, un certo impegno dobbiamo metterlo anche noi. Lo studio delle filosofie orientali, le ricerche sulle teorie di Freud e le scoperte dei neuroscienziati occidentali che avevo portato avanti per tanti anni, hanno generato in me, con l’immediatezza di quella che può essere definita come un’intuizione, un autentico cambiamento di vita. Ho sempre definito il mio kensho come l'atto di penetrare all'interno di tutte le cose e comprendere che lo stesso Buddha e gli altri grandi saggi del passato, da me studiati per tanti anni, erano solo la conferma di quello che  io stesso sapevo senza averne consapevolezza. Per quanto questa esperienza fosse stata intensa, sapevo di aver toccato soltanto la punta di un iceberg. Mano a mano che la vivevo, mi accorgevo sempre di più che ogni sensazione di sforzo, di paura e di sofferenza andava scomparendo.   Stavo diventando io stesso la meditazione. Ero entrato in quella che più tardi avrei definito come meditazione continua, ovvero l'estasi. La mia energia mentale si rivolge da allora solo verso l’interno di me stesso e si concentra esclusivamente per realizzare le verità contenute nella mia Anima alla quale mi sono andato sempre più affidando.
Ciò che provai in quel momento era la piena realizzazione dell'illuminazione che invadeva totalmente la mia mente. Tutte le cellule del mio emisfero destro e di quello sinistro, sedi dell’Anima e della coscienza si erano unite in un abbraccio e un dialogo che aveva dato origine ad una  sintonia divina capace di realizzare il risveglio dal sogno di essere separato o in qualche modo diverso dalla realtà universale. Gli orientali lo chiamano bodhi, il risveglio vero della propria realtà vera profonda.  I neuroscienziati cominciano a descrivere questo accadimento come un riequilibrio tra la parte destra del cervello a cui dobbiamo la capacità di provare empatia, metterci nei panni degli altri e provare quello che gli altri provano e la parte sinistra a cui dobbiamo il concetto di tempo e la divisione dei vari momenti del passato, presente e futuro. Si realizzerebbe un fenomeno che la neuroanatomista americana Jill Bolte Taylor ha definito come un “chiacchiericcio cerebrale”. All’inizio può anche dare sensazioni di malessere  e talvolta di un vero e proprio squilibrio mentale ma il risultato finale è una grande e profonda pace interiore, una voglia di portare nel mondo pace, amore, gioia e comprensione. Buddha lo chiamerebbe nirvana.
Quello che ho descritto è un’esperienza che accade a una persona per effetto di una pratica spirituale o nel mio caso, di una consapevolezza raggiunta attraverso la ricerca scientifica sulla mente e confrontata con le mie lunghe frequentazioni con la saggezza orientale. Non va e viene a comando, né si deve fare alcunché per mantenerla.
Allo stesso modo io da quel momento realizzai la piena consapevolezza del mio ruolo di maestro. Gli altri maestri del passato avevano preparato le persone per ottenere l'illuminazione, ma non sono riusciti a dargliela veramente non perché fossero degli incapaci, ma perché gli uomini erano schiavi di visioni magiche e religiose. Adesso gli esseri umani sono molto più recettivi perché la scienza ha cominciato a squarciare quel velo di falsità e di credenze in cui erano immersi ed è possibile dare loro una vera illuminazione. Il mio vantaggio è che sono arrivato nel momento giusto, nel momento in cui questo è possibile. Indubbiamente potrei sembrare un presuntuoso quando mi definisco maestro. Per me è qualcosa di assolutamente naturale che non mi fa sentire un essere superiore a tutti gli altri. Certamente ho pienamente realizzato il mio risveglio ma in verità io sono profondamente convinto che tutti possiamo risvegliarsi e diventare maestri. Per questo ritengo che essere maestri sia una condizione mentale che appartiene a tutti coloro che sono disposti a vedere il mondo con occhi diversi.

Maestri sono tutti quelli che hanno dubitato di ciò che era stato loro insegnato. Il dubbio è un processo di purificazione che sottrae dalla mente tutte le cose false e irreali che la schiacciano e la fanno prigioniera. Il dubbio rende di nuovo innocenti e ci fa tornare ad essere quei bambini che genitori, preti, politici ed educatori avevano distrutto. Da questa mente pura che rappresenta il risveglio, inizia il viaggio di consapevolezza di cosa siamo veramente e del nostro ruolo tra tutti gli esseri viventi. Questo viaggio è il viaggio dei maestri nel mondo per insegnare quella nuova visione della vita che ha portato loro all'estasi e alla comunione con tutti gli esseri viventi. Saranno loro a creare altri maestri. Da questa evoluzione umana rinascerà una nuova età dell’oro sulla terra, un’era di pace e di fratellanza.....

 

ESTRATTO DAL  MINIBOOK “IL MIO RISVEGLIO”

(per l’articolo completo clicca qui)